L’altro lato della longevità: vite più lunghe ci portano a fragilità più estreme
Gli ultimi dati Istat segnalano che in questa generale spinta a una vita sempre più lunga, qualcosa non va ancora per il verso giusto. A fronte del picco di longevità del 2024: 83,4 anni misurata alla nascita (media tra uomini 81,4 e donne 85,5), si attesta a solo 59,8 anni per gli uomini e 56,6 per le donne la longevità in salute.
Ciò non significa vivere con limitazioni, ma convivere con una serie di patologie croniche controllate farmacologicamente, le cosiddette malattie non trasferibili di cui torneremo a parlare: ipertensione, diabete, problemi cardiocircolatori, problemi respiratori, ecc.
Come racconta il rapporto Assindatcolf-Censis 2024, al primo gennaio 2023 si stimava che in Italia vi fossero poco meno di 9 milioni di persone ultrasessantacinquenni che ammettevano di sentirsi in condizioni di salute non buona, con un’incidenza pari al quasi 63% sul totale delle persone con 65 anni di età e più. Teniamo conto che gli anziani con limitazioni alle attività quotidiane sono 6 milioni, di cui 4 non autosufficienti; significa che ci sono altri 3 milioni che, pur non avendo limitazioni – deambulatorie, visive, auditive, ecc. - lamentano cattiva salute.
La nostra longevità eccezionale, insieme alla maggior parte dei Paesi europei, è sicuramente dovuta in parte a dieta mediterranea e relazioni familiari più strette che in altre latitudini: due fattori rilevanti nella ricetta di lunga vita; ma anche a un tasso basso di mortalità evitabile, termine con il quale ci si riferisce al numero di morti sotto i 75 anni che potrebbero essere ridotti o prevenuti attraverso interventi efficaci di sanità pubblica, controllo dei fattori di rischio e adeguata assistenza sanitaria. Un basso tasso di mortalità evitabile è la sintesi, spiega Istat nel Rapporto Annuale 2025, di due componenti: mortalità prevenibile, legata principalmente alla prevenzione primaria e alla promozione di stili di vita salutari, e mortalità trattabile, associata alla capacità del sistema sanitario di diagnosticare e curare tempestivamente.
Nel 2022 in Italia il tasso di mortalità evitabile è stato il secondo più basso d’Europa, ma il nostro Paese negli ultimi 10 anni, in particolare dopo il Covid, ha visto diminuire la componente trattabile rispetto ai paesi che occupano le migliori posizioni: pur restando sotto la media europea, scendiamo infatti dalla terza alla settima posizione.
Significa che siamo tra i migliori ancora nella prevenzione e sicuramente ancora generalmente tra i Paesi più fortunati nella gestione pubblica della salute, ma la componente di questo tasso, che dipende dalla tempestività della sanità, scende gradualmente da 10 anni, tanto da scoraggiare un 10% degli italiani a curarsi – a causa di liste d’attesa troppo lunghe e costi troppo alti della medicina privata.
Migliorare l’aspetto della mortalità evitabile richiede un potenziamento degli screening, della diagnosi precoce e delle terapie, assicurando un sistema sanitario in grado di rispondere efficacemente ai bisogni di cura, capacità che oggi risultano in sofferenza per via dell’invecchiamento del Paese.
Ma il focus che vorremmo portare in questo articolo non è tanto sull’estensione della nostra longevità quanto sull’alto rischio di grandi fragilità che un continuo aumento della durata della vita, associato a una progressiva diminuzione delle condizioni di salute e ad altri fattori come la rarefazione del welfare familiare (a causa della denatalità e della crisi di coppia), ci pongono davanti.
Abbiamo già detto in altri articoli che non solo la longevità in Italia continuerà a crescere ma anche che le fasce di età che crescono con maggiore velocità sono quelle più anziane. Gli over 80 erano 1,2 milioni nel 1980, 4,5 milioni nel 2023, pari a 7,7% della popolazione. Le stime li danno al 10% entro il 2030 e al 14% nel 2050. Gli attuali 4 milioni di anziani non autosufficienti saliranno a 5,6 milioni nei prossimi 25 anni e i caregiver familiari, oggi stimati in 7 milioni, potrebbero salire a 12 milioni.
Sia che ci si trovi nel ruolo di chi potrebbe perdere la propria autonomia, sia che si rivesta invece il ruolo di chi potrebbe trovarsi a dover prestare assistenza continuativa a un familiare non autonomo, appare evidente che queste condizioni portino sofferenza e stress: sia per la mancanza di autonomia e la dipendenza di chi si trova a non potersi più gestire da sé, sia per la necessità di porre altre priorità – lavoro e famiglia – in secondo piano rispetto all’emergenza di una non autosufficienza che investe chi assume il ruolo di caregiver familiare. Come contrastare questa prospettiva?
Le azioni che possiamo intraprendere hanno due obiettivi diversi ma complementari:
- da una parte la tenuta della salute, e qui intervengono spesso le responsabilità individuali verso una gestione più attenta e consapevole di stili di vita e screening;
- dall’altra la tenuta del patrimonio che, di fronte a eventi di questo tipo, rischia un’erosione anche importante per il sostegno di spese mediche e di assistenza continuativa, oltre che per perdita di reddito da parte dei caregiver familiari che si trovassero a dover ridurre le ore di lavoro per affiancare il familiare in questione.
Per rispondere al primo obiettivo il mix di strumenti possibili comprende da una parte la sottoscrizione di una polizza sanitaria (o una mutua, cioè un fondo sanitario mutualistico) che, grazie a rimborsi e convenzioni previste dalla stessa, ci permetta di accelerare l’iter di accesso a visite specialistiche e screening, quando è il caso, dall’altra tutti noi dovremmo sviluppare maggiore sensibilità ai temi degli stili di vita.
Secondo il World Economic Forum, l’aumento dell’aspettativa di vita sta rallentando nei Paesi più ricchi a causa dei cosiddetti non-communicable diseases (NCDs), patologie non trasferibili di cui abbiamo accennato in apertura, responsabili del 75%-80% della mortalità prematura: obesità (raddoppiata negli ultimi 30 anni), diabete, problemi cardiovascolari, starebbero di fatto erodendo il guadagno di anni di vita del passato. Sono patologie che non hanno un’origine infiammatoria e nemmeno oncologica. Si tratta di patologie metaboliche, più sensibili, appunto, agli stili di vita: come mangiamo, come dormiamo, quanto esercizio fisico facciamo, come gestiamo lo stress e quante relazioni di qualità abbiamo.
Informarsi, leggere articoli su giornali o siti che facciano chiarezza su cosa possiamo fare per mantenere la nostra riserva fisiologica può essere di grande aiuto.
Sul versante di un’eventuale perdita di autonomia, non abbiamo molte misure preventive da prendere (salvo, ancora una volta, avere cura di sé): le soluzioni dirette sono polizze Long Term Care, che si possono stipulare in pacchetti con polizze sanitarie o a coperture offerte da mutue o anche in forma a sé stante, e che a fronte di un premio annuo garantiscono una rendita per tutta la durata della non autosufficienza, allo scopo di aiutare a sostenere le spese di assistenza continuativa.
Secondo Assidatcolf, il costo di una badante convivente per 54 ore la settimana è intorno a 1.675 euro, cui però va aggiunto, nel caso di necessità di assistenza totale, il costo di una badante notturna. Non è difficile in questo caso raggiungere una media di 20/40mila euro l’anno. La non autosufficienza, dicono i dati, dura mediamente 4,5 anni – 7 nel caso di demenze – quindi moltiplicando 30 mila (dato medio) per 4,5 anni si raggiungono facilmente i 150 mila euro e per 7 anni 245 mila euro. Ecco perché usiamo il termine spigoloso di erosione patrimoniale quando ci si trova a dover affrontare queste emergenze senza lo scudo di una polizza.
L’alternativa è spesso una persona di famiglia che, fino a quando la patologia e i suoi sintomi lo consentono, fa le veci di un professionista, con un impatto economico, come abbiamo già detto, derivante dal mancato reddito da lavoro, qualora abbia abbandonato la propria occupazione o ridotto le ore lavorate fuori casa, e relativo mancato reddito pensionistico.
Trattandosi i caregiver familiari 3 volte su 4 di donne, non stupiscono i dati recenti che ci raccontano un divario medio di reddito nelle pensioni di vecchiaia tra uomini e donne del 46% (Fonte: Rendiconto di Genere del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS, febbraio 2026).
Alternativamente a una polizza, qualora l’età fosse già avanzata al punto da considerarla anti-economica, resta l’alternativa di uno strumento finanziario di risparmio o un piano di accumulo con lo specifico obiettivo di costruire una riserva finanziaria per l’eventuale necessità futura di assistenza continuativa. In molti Paesi, per esempio in Germania e in Giappone, la polizza LTC è obbligatoria, con la condivisione della spesa tra datore di lavoro e lavoratore. In Italia no, e la scelta ricade pertanto su noi stessi, o sulle nostre famiglie.
Per concludere, in un contesto in cui la longevità espone a fragilità sempre più complesse, conoscere questi strumenti e comprenderne a fondo le regole diventa parte integrante di una scelta consapevole per proteggere salute, reddito e risorse familiari lungo tutto l’arco della vita.
Emanuela Notari, Esperta di longevità e demografia
Analizza l’invecchiamento della popolazione per comprendere il presente e pensare il futuro con un focus specifico sugli impatti socio-economici e demografici, sul mercato del lavoro e sulle asimmetrie legate alla longevità di genere
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