Borsa Rosa
Generazione Rosa: una ricerca sul rapporto tra giovani donne e denaro

Generazione Rosa: una ricerca sul rapporto tra giovani donne e denaro

Dall'autonomia economica agli investimenti, la ricerca "Generazione Rosa" di Banca Sella racconta come le giovani donne prendono decisioni finanziarie e costruiscono il proprio futuro.

Una ricerca che parte dall'ascolto

Una ragazza che divide l'affitto con due coinquiline, che sa a memoria quando scade la bolletta e può dirti esattamente a cosa ha rinunciato per permettersi il viaggio dell'estate, ha delle competenze finanziarie. Le esercita tutti i mesi.

Chiedile se pensa di avere competenze finanziarie e quasi sempre ti risponderà di no.

Questa distanza fra quello che le giovani donne sanno fare e quello che pensano di sapere è il punto di partenza di questa ricerca. Quando abbiamo iniziato a parlare con le giovani italiane, non volevamo soltanto misurare l’alfabetizzazione finanziaria, ma capire come si arriva a una decisione economica, chi si consulta prima di prenderla e cosa fa paura.

È da questa domanda che nasce "Generazione rosa", la ricerca che Banca Sella ha dedicato alle giovani donne italiane fra i 18 e i 35 anni.

L’obiettivo era sia capire il perché dei comportamenti sia misurarli, per cui è stato utilizzato un approccio quali-quantitativo. Prima trenta lunghe interviste individuali in profondità, garantendo la rappresentazione di fasce d’età e attività diverse: studentesse, ragazze che avevano appena avviato un'attività in proprio, professioniste con qualche anno di lavoro alle spalle. Grandi città, città medie e piccoli centri, da Milano a Lecce, da Piacenza a Napoli. Poi le stesse domande poste attraverso un questionario online, con un gruppo di controllo maschile della stessa fascia d'età, per misurare quanto quello che era emerso nelle conversazioni valesse su scala più ampia.

Il primo consulente finanziario “si chiama papà”

Quasi tutte le ragazze intervistate hanno aperto il primo conto corrente nella banca dei genitori. Non come esito di una scelta, ma per continuità: era la banca di famiglia, ci si fidava del consulente che conosceva il padre, e la domanda se fosse la soluzione migliore non se l'è mai posta nessuno.

Il dato quantitativo conferma che non si tratta di un residuo adolescenziale: circa tre giovani donne su quattro dichiarano di affidarsi almeno qualche volta al parere dei genitori quando devono prendere una decisione economica, e una su tre lo fa spesso o sempre.

La conseguenza interessante è un'altra. Se la fiducia verso un familiare vicino funziona benissimo finché serve una spinta a buttarsi nel mondo dei grandi, può risultare molto meno positiva quando invece rappresenta un limite: quando in famiglia non si è mai investito, l'idea stessa di investire resta fuori dall'orizzonte del possibile. L’idea non viene scartata: non viene proprio presa in considerazione.

“Sui temi finanziari approfondisco con papà. Papà è la mia fonte di informazione su tutto quello che riguarda la finanza.” - Studentessa, 27 anni

Autonomia non è vivere da sola: è non dover chiedere

È la scoperta più netta della fase qualitativa. Alla domanda su cosa significhi essere economicamente autonome, quasi nessuna ha risposto "mantenermi da sola" o "avere una casa mia" o “avere uno stipendio di x euro”. Molte hanno, invece, risposto: poter decidere senza chiedere il permesso e senza doversi giustificare.

Una ragazza che vive ancora con i genitori ma gestisce cento euro suoi ogni mese può sentirsi più autonoma di una che ne riceve mille, negoziati ogni volta. Per le giovani donne, e probabilmente i giovani in generale, non è un tema di cifra, ma di chi prende le decisioni.

Da qui nasce un secondo passaggio che ricorre in quasi tutte le interviste, e che chiamiamo l'accesso all'inutile: la prima spesa non necessaria pagata con denaro guadagnato da sole. Un paio di orecchini, un viaggio, un anello comprato in una giornata storta. "Inutile" non significa privo di valore: significa fuori dall'elenco di ciò che in famiglia era considerato necessario. È esattamente per questo che conta.

Quasi nessuna però se lo concede senza una contabilità mentale: si cerca l'offerta, si aspetta il saldo, si rinuncia a qualcos'altro. Il piacere viene legittimato attraverso l'ottimizzazione.

“Il successo di una spesa non è tanto legato a quanto spendi, ma a quanto hai risparmiato su quella spesa.” - Professionista, 35 anni

Quando "non conosco il termine" diventa "sono stupida"

Nel questionario abbiamo chiesto di descrivere in tre parole come ci si sente parlando con qualcuno esperto di finanza che usa termini difficili o poco chiari. I rispondenti, maschi e femmine, potevano scrivere qualsiasi parola, senza opzioni suggerite.

Le risposte delle donne si somigliano in maniera impressionante, e non nel modo che ci si aspetterebbe. La parola più frequente non è "confusa" né "annoiata". È "ignorante": la usa spontaneamente più di una giovane donna su cinque, contro meno di un uomo su dieci. Subito dopo arrivano disagio, inferiorità, stupida, spaesata, fuori luogo.

È uno scarto che vale la pena osservare da vicino, perché fa intuire la differenza che c’è tra accettare una propria lacuna e giudicarsi in modo brutale. Non sapere cosa siano i tassi variabili significa semplicemente non possedere un'informazione (magari in un ambito lontano dalla propria formazione), ma considerarsi ignoranti   è una sentenza su di sé. E chi si sente giudicata diventa evitante: smette di fare domande, delega, rimanda.

Lo stesso schema si ritrova in una domanda diretta: una giovane donna su tre si dichiara d'accordo con l'affermazione di avere competenze finanziarie inferiori rispetto ai coetanei di sesso opposto. Il divario con gli uomini su questa percezione è statisticamente significativo, mentre, come vedremo, sui comportamenti concreti quasi non esiste.

“Mi sento come se lo facesse apposta, per farmi sentire come un pesce fuor d'acqua o come se volesse raggirarmi.” - Libera professionista, 20 anni

Competenti nel quotidiano, incompetenti appena si parla di investimenti

È la contraddizione più utile emersa dalla ricerca. Le intervistate raccontano con precisione notevole come far quadrare i conti ogni mese: quanto costa la spesa, quando scade l'affitto, come si divide una bolletta fra tre coinquiline, a cosa hanno rinunciato per permettersi il viaggio. Solo il 10% dichiara di non tenere alcuna traccia delle proprie spese: le altre usano app, note sul telefono, quaderni, fogli di calcolo, oppure un controllo a memoria che nella maggior parte dei casi si rivela sorprendentemente accurato.
Poi arriva la parola "investimenti" e, nel giro di una frase, si autodefiniscono incompetenti, bloccate, disinteressate.

Ma un fondo per gli imprevisti è liquidità. Una rata è un costo totale spalmato nel tempo. Una lista delle spese mensili è un'allocazione di risorse. Il salto da fare per loro non è acquisire nuove capacità, ma imparare a esprimerle con il linguaggio corretto e sentirsi autorizzate a parlarne.

C'è poi un comportamento che compare in circa metà delle risposte e che merita una nota: quasi una giovane donna su due dichiara di evitare, almeno qualche volta, di controllare il saldo del proprio conto corrente per non provare ansia; una su cinque lo fa spesso o sempre. Su questo comportamento - va detto - la differenza fra donne e uomini non è statisticamente significativa: è un tratto generazionale più che di genere. Nelle interviste emerge quasi sempre la stessa scena: quando finalmente si guarda, la situazione è meno grave del previsto. L'evitamento è una strategia per limitare l’ansia che funziona nel breve, ma costa caro nel lungo.

“Non entravo per l'ansia, per non vedere. Poi ci sono entrata e mi rendevo conto che avevo molti più soldi di quelli che immaginavo.” - Aspirante imprenditrice, 27 anni

La soglia che si sposta sempre in avanti

Quasi tutte le intervistate rimandano l'investimento allo stesso momento immaginario: quando avranno insieme uno stipendio stabile, abbastanza capitale, il tempo per informarsi e la certezza di non sbagliare. Il problema è che quella soglia si sposta in avanti mano a mano che le condizioni migliorano. Chi guadagna di più alza l'asticella della stabilità, non la raggiunge.

Dietro questo atteggiamento c'è una convinzione precisa e confermata dai dati. Alla domanda su quale sia la cifra minima necessaria per iniziare a investire, solo il 32% delle giovani donne risponde che è possibile farlo con qualunque importo. Le altre indicano una soglia: circa il 30% ritiene che servano più di mille euro, una su cinque che ne servano almeno cinquemila.

Il punto non è tanto che questa concezione sia una convinzione inesatta, il punto è che una soglia immaginaria produce lo stesso effetto di una soglia reale: rimanda la decisione.

Questo è collegato all’incertezza verso un futuro lontano: solo il 15% delle giovani donne si dichiara fiducioso di ricevere una pensione pubblica sufficiente a fine carriera, contro il 28% degli uomini. La preoccupazione per il futuro c'è, ma non si traduce in azioni concrete per affrontarla.

“Per gli investimenti mi sembra sempre di dover avere di più per poter investire. La vedo come una cosa da ricchi.” - Professionista, 28 anni

Dove cercano risposte: social, AI e verifica

Nessuna delle intervistate cerca formazione finanziaria in banca. La banca viene percepita come un posto in cui si va per fare, non per capire: freddo, formale, dove le domande di base sembrano fuori luogo.

La cercano altrove. Su TikTok, Instagram e YouTube — e sempre più spesso la chiedono a un'intelligenza artificiale: due giovani donne su tre dichiarano di aver usato almeno qualche volta ChatGPT, Gemini o strumenti analoghi per farsi spiegare un termine finanziario o burocratico. Il vantaggio è chiaro, e si ricollega ad una cosa detta prima: all'AI si può chiedere due volte la stessa cosa senza sentirsi giudicate.

Ma qui arriva la vera buona notizia della ricerca. Nessuna si ferma alla prima fonte. Riconoscono i titoli clickbait, si insospettiscono davanti ai contenuti sponsorizzati, si chiedono chi ci guadagna, verificano altrove quello che hanno sentito. Circa una su quattro dichiara di aver cambiato un comportamento legato al denaro dopo un contenuto visto sui social, ma quasi sempre dopo un passaggio di controllo.

È un'attitudine critica già formata. Manca però un riferimento affidabile che le aiuti a orientarsi tra le informazioni.

“Quando mi esce una sponsorizzazione su Instagram dico: fammi vedere se è una scammata o meno. Mi informo.” - Studentessa, 25 anni

Quattro modi di stare con i soldi

Incrociando due dimensioni emerse dalle interviste (chi prende davvero le decisioni e cosa si decide di fare con i soldi una volta messi da parte) si delineano quattro modi ricorrenti di stare con il denaro. Non sono etichette fisse: quasi tutte le intervistate si sono spostate da un profilo all'altro nel corso degli anni, spesso in corrispondenza di un evento preciso.

  • In transizione. Il conto è stato aperto dai genitori, la gestione è ancora condivisa. È il punto di partenza di quasi tutte.
  • Relazionali proiettate al futuro. L'operatività quotidiana è tutta digitale, ma per le decisioni importanti si vuole una persona davanti.
  • Protettrici prudenti. Sanno risparmiare molto bene. Tengono i soldi fermi proprio perché sono costati fatica.
  • Esploratrici e pianificatrici. Confrontano più fonti, usano più strumenti, hanno già iniziato a far lavorare i risparmi.

Il passaggio da un profilo all'altro non avviene quasi mai per accumulo di informazioni. Avviene in corrispondenza di un momento di vita: il primo stipendio, un trasloco, l'apertura di una partita IVA, una spesa imprevista che scopre un fianco. È lì che la disponibilità ad ascoltare cresce, e quasi solo lì.

Cosa dobbiamo imparare dalla ricerca

Se le parole che usiamo fanno sentire qualcuno ignorante, il problema non è di chi ascolta. Se per iniziare a mettere da parte qualcosa sembra servire un capitale, vuol dire che non lo abbiamo spiegato bene. Se l'unico posto dove si possono fare domande senza imbarazzo è una chat con un'intelligenza artificiale, vuol dire che non interpretiamo il nostro ruolo sociale come dovremmo.

Le competenze ci sono, e la ricerca lo mostra in modo abbastanza netto. Quello che manca è il permesso di riconoscerle e un vocabolario che non chieda di sentirsi inadeguate come prezzo d'ingresso.

 

Per approfondire i risultati della ricerca, puoi scaricare la versione completa di Generazione Rosa.

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