Longevity
La salute come investimento

La salute come investimento

Vivere più a lungo conferisce un valore finanziario alla salute e alla sua tutela. Scopri di più in questo articolo di Emanuela Notari, esperta di longevità e demografia. 

Il valore della salute: qualità della vita e pianificazione patrimoniale

 

Che valore ha la salute nella longevità delle persone? Da sempre, quello di una vita che scorre in modo più piacevole e sereno che in malattia, questo è ovvio. Ma da quando la vita si è allungata – e ormai secondo le stime Istat oggi, una persona di 65 anni ha davanti a sé, mediamente, altri 20/22 anni di vita – lo stato di salute assume ancora più valore, non solo nel senso di maggior qualità di vita ma anche in quanto strumento della pianificazione patrimoniale: in una prospettiva di carriere lavorative sempre più lunghe, mantenere lo stato di salute permette, volendolo, di continuare a produrre reddito e, quindi, ricchezza anche negli anni più maturi. Ma stare bene permette anche di sostenere il proprio capitale umano e quello sociale, due elementi provatamente fondamentali nella longevità di qualità.

Purtroppo, però, il primato italiano di longevità non corrisponde al primato di longevità in buona salute, con un marcato peggioramento di questa dal 2020, anno del Covid 19. Le ragioni sono sicuramente:

  1. rinuncia per i due anni clou della pandemia a screening ed esami che avrebbero implicato il rischio di frequentare ospedali e centri medici;
  2. peggioramento delle condizioni del sistema sanitario, stretto tra aumento della popolazione anziana, crisi demografica che anche in questo settore produce sempre meno giovani medici e infermieri, e la fuga di quelli che ci sono verso Paesi che pagano meglio;
  3. spesa sanitaria pubblica, in rapporto al Pil, inferiore rispetto agli altri Paesi con cui ci confrontiamo: Regno Unito, Francia, Germania e, negli ultimi anni, persino Spagna.

Una recente ricerca commissionata da Facile.it a mUp Research dice che:

  • il 23% della popolazione, circa 13 milioni di italiani, ha rinunciato a curarsi, scoraggiata da tempi d’attesa molto prolungati e dalla dispendiosità delle alternative private;
  • un altro 23% accede a soluzioni di medicina privata grazie a polizze e fondi sanitari; 
  • il 44% sostiene la spesa in sanità privata in modalità di puro out of pocket, cioè di tasca propria. 
  • un quasi 3% ricorre addirittura a un prestito per pagarsi cure private. 

Questo tipo di situazione non aiuta certo la longevità in salute. Aggiungiamoci un dilagare delle cosiddette patologie non trasmissibili, di tipo metabolico, che sta interessando buona parte del mondo: obesità, malattie cardio-circolatorie, malattie respiratorie e diabete, per citarne qualcuna, dettate spesso dagli stili di vita di società opulente poste a rischio da cibi superprocessati, inquinamento, stress, sedentarietà e altre cattive abitudini, come fumo e uso di alcolici. Il risultato è che gli ultimi dati (Istat 2024) danno un’aspettativa di vita alla nascita per gli uomini di 81,4 anni e per le donne di 85,5, ma un’aspettativa di vita in buona salute di 59,8 anni per gli uomini – risalita ai livelli pre-Covid, superati quindi i cali occorsi dopo la pandemia - e solo 56,6 per le donne, punto minimo dell’ultimo decennio (Dati Istat 2024).

L’aspettativa di vita in salute delle donne sconta da una parte una maggiore propensione a dare priorità alle esigenze di cura familiari rispetto alle proprie e dall’altra il ritardo con il quale nel mondo si è sviluppata la medicina di genere, con conseguenti ritardi nella diagnosi di patologie che si esprimono con sintomi diversi nelle donne rispetto agli uomini e diverse reazioni ai farmaci. Inoltre, i 20 anni in più di vita che abbiamo guadagnato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si sono concentrati nella parte finale del ciclo di vita allungando di altri 20 anni la menopausa, allungandone così gli effetti ormonali e biologici e dando il tempo alle patologie ad essa connesse di cronicizzare.

Tornando al valore della salute…

Nell’era della longevità la buona salute non ha, però, solo il vantaggio di vivere in modo più scorrevole e soddisfacente. Le continue riforme previdenziali, inevitabili data la corsa ai 100 anni, portano a dover aumentare gli anni di lavoro inoltrandosi in quella che fino a 50 anni fa era considerata già vecchiaia, facendo della tenuta della nostra salute e delle nostre funzioni un tema di capacità di reddito, più che di prestanza.

Inoltre, mantenersi in buona salute significa sottrarre il proprio patrimonio all’erosione, leggera e continuata o grave e violenta, a seconda del caso, dovuta a uno stato patologico: quanto costa direttamente a una famiglia o a un individuo, mantenere le cure necessarie per una patologia importante? E quali sono i costi indiretti di mancato reddito o mancata ricchezza, propri di chi si prende cura di un malato?

Le modifiche demografiche in direzione di famiglie sempre più piccole a causa della denatalità e spesso sempre più spezzettate a causa dell’allontanamento dei giovani verso Paesi più interessanti dal punto di vista dello sviluppo personale e professionale portano poi a considerazioni poco rassicuranti sulla sostenibilità della parte più estrema di una longevità così spinta: dove una volta anziani novantenni erano un’eccezione e la famiglia a supporto era nutrita, oggi la longevità è diffusa e comune e le famiglie sempre più ristrette. Il welfare pubblico in affanno porta, infine, la dimensione dell’assistenza a lungo termine a costituire una preoccupazione diffusa.

Finanziarizzazione della salute

Che valore ha, quindi, oggi la salute nella longevità delle persone? Intangibile e tangibile, come abbiamo visto. Qualità di vita, ma anche capacità di reddito che per molti professionisti significa la possibilità, se in buona salute, di continuare a lavorare per generare reddito e risparmiare. Pensiamo a un avvocato, un medico, un notaio o a un imprenditore: poter aggiungere altri 5-10-15 anni di lavoro in buone condizioni dopo l’età della pensione può significare non solo ricchezza in più ma serenità di poter provvedere agli anni più avanzati e sostenere i propri figli in caso di necessità, oltre a significare un assist al rallentamento dell’invecchiamento biologico, cognitivo e fisico. Infine, ma non ultima, la tranquillità di contenere le spese sanitarie che possono derivare da malattie invalidanti, specie se richiedono assistenza a lungo termine.

È da qui che nasce la grande potenzialità economica di quella branca di Longevity Economy che, attraverso una prevenzione sanitaria di primo livello, prossima alla predittività, offre la possibilità di pianificare la propria salute futura intervenendo sulle aree di potenziale fragilità prima ancora che evolvano patologicamente. Un mondo di nuovi biomarcatori sofisticati e screening epigenetici che non solo leggono i cambiamenti di espressione del nostro patrimonio genetico e i segnali biologici che manda il nostro organismo con larghissimo anticipo prima di sviluppare una patologia, ma consentono anche di determinare l’età biologica di una persona.

Da una parte un’evoluzione cruciale della prevenzione di cui abbiamo goduto sin qui, cosiddetta di secondo livello, quella che permette di “prendere per tempo” una patologia prima che diventi grave, nella direzione invece di una modalità predittiva che colga segnali prima ancora del conclamarsi di una malattia, ma anche un indicatore in grado di dirci se il nostro organismo è invecchiato più o meno di quanto dice la nostra carta di identità e verificare nel tempo come questo indicatore evolve durante uno o più trattamenti per accertarsi che questi vadano nella direzione della riduzione dell’invecchiamento biologico dell’organismo. Uno strumento che entra di diritto nella pianificazione patrimoniale dei prossimi decenni di vita. 

Salute come fonte di reddito e di ricchezza. Salute come tutela del patrimonio. Ma anche salute come fonte di “merito assicurativo”. 

Più lontano va la longevità, più potremmo essere considerati “affidabili”, “meritori”, “solvibili” dalle società assicurative anche in virtù della nostra capacità di mantenerci in salute. Come dire che miglioreremo il nostro rating in termini di “merito assicurativo” e quindi il nostro profilo di assicurabilità se sapremo mantenerci in buone condizioni.

Ecco che quindi una buona pianificazione finanziaria deve proteggere e far crescere il patrimonio, ma anche proteggere e mantenere lo stato di salute della persona, consapevole delle conseguenze patrimoniali (maggiori spese sanitarie, minore entrate per incapacità lavorativa) di uno stato patologico importante o semplicemente di una fragilità articolata e complessa, dettata da una maggiore età biologica. Ciò non vuol dire che dovremo necessariamente parlare della nostra salute con un consulente finanziario, ma sollevare il tema della tutela patrimoniale dal danno salute sì, sia in termini di entrate che di uscite. Poi tra noi e noi, se siamo previdenti, possiamo anche ragionare sull’eventualità di “investire” in screening più sofisticati per metterci in condizione di poter pianificare meglio il nostro futuro sanitario, e patrimoniale.

La prima mossa, ragionarci. La seconda, attivare gli eventuali strumenti assicurativi necessari per potersi rivolgere alla medicina privata convenzionata con le compagnie assicurative e per garantirsi un contributo economico in caso di perdita di autonomia e necessità di assistenza continuativa (polizze Long Term Care). Terzo, considerare anche il contributo della medicina di tipo predittivo (longevity medicine), che può aiutare a cogliere i segnali biologici che il nostro organismo manda, anche con grande anticipo, prima di sviluppare una patologia. 

Un tema sanitario ma, come appare evidente, fortemente patrimoniale.

Emanuela Notari, Esperta di longevità e demografia

Analizza l’invecchiamento della popolazione per comprendere il presente e pensare il futuro con un focus specifico sugli impatti socio-economici e demografici, sul mercato del lavoro e sulle asimmetrie legate alla longevità di genere

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