Longevity
La pianificazione della longevità e il ruolo del fondo pensione

La pianificazione della longevità e il ruolo del fondo pensione

Da dove nasce l’esigenza di pianificazione della propria vita se ce la siamo sempre cavata anche senza? Scopri di più in questo articolo di Emanuela Notari, esperta di longevità e demografia. 

La longevità: una delle grandi trasformazioni del nostro tempo

 

 

Nei prossimi mesi parleremo spesso di longevità. Una parola che prima si usava ogni tanto per segnalare la rarità di vite particolarmente lunghe, e che oggi, invece, va per la maggiore. Ma sbaglieremmo a pensare che sia solo una moda. Il boom del tema è dovuto, più che altro, al grande ritardo con cui in Italia abbiamo preso coscienza che negli ultimi 70 anni la vita si è allungata di almeno 20 anni. Vent’anni in più non sono pochi: sull’economia delle vite di allora significa un terzo in più. Che va organizzato e tutelato.

Sono diversi i criteri utilizzati dall’Istat per valutare la lunghezza della vita media. Ad esempio, se la misuriamo a 65 anni, scopriamo che mediamente si registrano 20/23 anni di aspettativa di vita residua, con buone speranze di arrivare a 85 se uomini e a quasi 88 se donne. Di qui al 2050 potenzialmente sfioreremo e supereremo, rispettivamente, i 90 anni. Vuol dire un pensionamento che durerà mediamente tra i 20 e i 22 anni.

Perché questa lunga digressione sui numeri? Perché i numeri raccontano storie. Quella degli italiani di 70 anni fa che, con un’aspettativa di vita di 65/66 anni, andavano in pensione a 55 anni se donne e a 60 se uomini. Di fatto, quindi, la pensione durava pochi anni. In questo modo, il fatto che il nostro sistema previdenziale funzionasse come un giro di conto - in cui i lavoratori correnti sostengono in tempo reale con i loro contributi le pensioni correnti - risultava, allora, maggiormente sostenibile perché:

  1. la pensione durava pochi anni;
  2. c’erano molti più lavoratori che pensionati.

Oggi la situazione è molto cambiata, primo perché chi va in pensione oggi ci resta mediamente 20 anni, anche più; secondo perché il numero dei lavoratori oggi si avvicina sempre di più al numero di pensionati e, nei prossimi decenni, quando saranno andati in pensione tutti i Boomers, rischia di essere in minoranza rispetto a questi. La “colpa” è di una denatalità ormai storica e, nel breve periodo, difficilmente reversibile che fa sì che oggi non manchino più solo i bambini, ma ormai anche i 35/40enni, cioè gli uomini e le donne in età lavorativa - e fertile.

Adesso chiediamoci come si sono sostenuti negli anni di pensionamento i nostri nonni e anche i nostri genitori: una pensione, nella maggior parte dei casi dignitosa anche se non sempre sufficiente, pari all’80% degli ultimi stipendi, e un risparmio individuale che veniva impiegato per le necessità correnti negli anni di pensione a integrazione del reddito. Così si era in grado di organizzare con più tranquillità la vita nel periodo della pensione. Oggi la pensione basata su un sistema contributivo, lo sappiamo, non è più altrettanto generosa e dovrà compensare la crescita dell’aspettativa di vita, cioè della durata dei tempi di pensionamento, e i pensionamenti di massa di una generazione, quella dei Boomers, molto nutrita. 

Purtroppo, nemmeno il risparmio tende più ad essere quello di una volta, quando un solo reddito poteva consentire di mantenere una famiglia numerosa, mettendo anche da parte qualcosa. Ciò significa che quella coperta che dovrebbe integrare la temperatura del piumino della pensione pubblica, piumino peraltro assottigliatosi, si è accorciata e tende a lasciare fuori i piedi della longevità. Se poi sei molto alto (nella nostra metafora molto longevo), rischia di lasciar fuori anche gli stinchi. 

Ecco perché non si può parlare di pianificazione della vita senza parlare di fondo pensione integrativo. Un “plaid” che si somma alla coperta offerta da dalla pensione pubblica per ripararci dal rischio di “patire il freddo”, ovvero di avere un reddito inadeguato in vecchiaia.

È così necessario che lo sta incentivando anche il Governo con l’ultima finanziaria approvata a fine 2025, che, a partire da luglio 2026, prevede, per i nuovi assunti del settore privato, il conferimento automatico del TFR a un fondo pensione negoziale previsto dal contratto collettivo, salvo esprimano la propria contrarietà entro i 60 giorni dalla data di assunzione. Perché il TFR è denaro nostro, parte della retribuzione differita, il cui ruolo è contribuire a proteggere il nostro futuro. Inoltre, per le iscrizioni automatiche è prevista una strategia di investimento di TFR e contributi con logica lifecycle, che prevede accesso ai mercati finanziari per chi è all’inizio della sua carriera, gradualmente sfumata in favore di scelte più prudenziali man mano che l’orizzonte pensionistico si avvicina.

È così necessario che la stessa finanziaria ha innalzato, sebbene di poco, il massimo deducibile dal reddito IRPEF dei contributi versati nel fondo pensione (cioè i contributi volontari del lavoratore – senza tener conto del TFR – e quelli del datore nel caso di fondi negoziali) che quindi nel 2026 raggiunge i 5.300 euro annui, invece di 5.164. È così necessario, infine, che il Governo ha anche deciso di smussare un possibile deterrente costituito dal rischio che, optando per una rendita vitalizia, in caso di premorienza (cioè in caso la vita risultasse così breve da non arrivare a godere del reddito del fondo pensione) il capitale accumulato, pur non esaurito, non cada in successione. Dal 2026, pur persistendo la possibilità di percepire la prestazione in parte in capitale (da luglio 2026 fino al 60%) e in parte o tutto in rendita vitalizia (dal 40% al 100%) - salvo che l’assegno pensionistico raggiunga un importo lordo inferiore all’assegno sociale, nel cui caso si può riscuotere tutto subito in capitale - si sono aggiunte tre nuove opzioni che prevedono la possibilità, in caso appunto di premorienza del titolare, di passaggio del capitale residuo del fondo pensione agli eredi o beneficiari indicati: 

  • rendita a durata definita, calcolata sull’attesa di vita residua in base ai dati Istat: cioè il montante accumulato al momento della pensione viene diviso in X rate annuali, tante quanti sono gli anni che Istat prevede avremo di vita residua a partire da allora (diversi per uomini e donne); 
  • rendita sotto forma di prelievi flessibili, entro il limite delle rate maturate e non ancora riscosse del montante del fondo: decido di consumare il capitale disponibile in un certo numero di rate;
  • rendita frazionata per un periodo predefinito, non inferiore ai cinque anni.

Cosa cambia rispetto alla rendita vitalizia? Un dettaglio fiscale: la rendita vitalizia è tassata dal 15% al 9%, a seconda dell’anzianità di iscrizione al fondo, e, le prime due opzioni tra le 3 elencate, mantengono la stessa tassazione. La rendita frazionata invece è tassata con aliquote che vanno dal 20% al 15%, sempre a seconda degli anni di iscrizione al fondo.   

Potrebbe quindi essere più conveniente una delle nuove opzioni a tempo determinato sul piano della trasferibilità agli eredi, ma In questo modo, ed è bene saperlo, il rischio di longevità, cioè di vivere più a lungo del previsto, ricade sul titolare della rendita, e non sulla previdenza pubblica: se scelgo un’opzione a tempo determinato e poi scopro di essere più longevo, avrò avuto copertura dal rischio perdita del capitale in caso di premorienza grazie alla trasferibilità del fondo in successione, ma devo aver pianificato dove andare a prendere quel plaid integrativo per coprirmi i piedi o addirittura, se sono molto longevo, gli stinchi per gli anni di longevità extra.

Cominciamo a capire perché bisogna pianificare.

Aggiungiamo un’ultima riflessione. La qualità della vita in vecchiaia non è fatta solo di denaro, anche se questo è il grande abilitatore, ma anche di salute. E se l’Italia è in cima alla lista dei Paesi più longevi al mondo, non è altrettanto campione di longevità in buona salute. Anzi, dal 2020, anno del Covid, l’aspettativa di vita in salute (qui non si parla di limitazioni gravi ma di salute generale) è scesa a 59,8 anni per gli uomini, 56,6 per le donne, con valori medi più bassi per il Sud (Fonte Istat). Una prospettiva di 25/30 anni di vita con patologie in genere soprattutto metaboliche che tendono a peggiorare e a cronicizzare nel tempo. Patologie non trasmissibili, così si chiamano in gergo medico, come quelle cardio-circolatorie, respiratorie, diabete e obesità che sono fortemente legate agli stili di vita e che tendono a sommarsi producendo quella che va sotto il nome di comorbilità, più patologie insieme.

Qui abbiamo un amplissimo margine di manovra. Sia attraverso gli stili di vita, sia attraverso le polizze sanitarie e di assistenza a lungo termine che diventano strumenti di tutela per affrontare con maggiore serenità economica spese impreviste dovute a malattie o eventi sanitari importanti, attraverso la sanità privata.

Nel 2025 la spesa delle famiglie italiane in sanità privata, anche detta out of pocket, è salita a 46 miliardi, segno che sono sempre di più i cittadini che scelgono un’opzione privata per accorciare i tempi o ridurre i rischi. Chi lavora in una azienda che garantisce un welfare strutturato con polizze sanitarie e addirittura polizze Long Term Care ne tenga conto. Chi no o chi lavora in modo autonomo consideri queste opzioni un elemento di pianificazione patrimoniale da valutare.

Emanuela Notari, Esperta di longevità e demografia

Analizza l’invecchiamento della popolazione per comprendere il presente e pensare il futuro con un focus specifico sugli impatti socio-economici e demografici, sul mercato del lavoro e sulle asimmetrie legate alla longevità di genere

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