Longevity
Quanto dura il capitale?

Quanto dura il capitale?

Educazione finanziaria e consapevolezza aiutano a rispondere a una domanda che in molti non si pongono. Scopri di più in questo articolo di Emanuela Notari, specialista di longevità e demografia.

Costruire equilibrio nel tempo per sostenere il futuro

 

Per sapere quanto dura un capitale finanziario accumulato servono alcuni ingredienti fondamentali:

  • consapevolezza dei flussi in uscita e in entrata;
  • tasso di inflazione;
  • eventuale tasso medio di rendimento se si sta parlando di capitale investito.

Nel rapporto OCSE “International Survey of Adult Financial Literacy” del 2020 viene riportato un dato molto significativo: nella ricerca condotta su 23 Paesi del mondo, alla domanda “Per quanto tempo basterebbero le tue risorse economiche se dovessi perdere improvvisamente la tua fonte di reddito?”, gli italiani mostrano una percentuale minima, rispetto alla media, di persone che non supererebbero la settimana. Per quanto questo dato possa sembrare positivo, viene compensato in negativo dalla percentuale più alta di persone che rispondono “non so”, pari al 44%, contro una media del 14%.  

Quasi un italiano su due non ha consapevolezza di quanto durerebbero i propri risparmi

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(Fonte: Rapporto OCSE “International Survey of Adult Financial Literacy”).

Questo dato, più che segnalare una mancanza di educazione finanziaria, sembra indicare soprattutto un tema di mancanza di consapevolezza.

Per capire quanto durerebbero i nostri risparmi, occorre innanzi tutto essere a conoscenza di quanto costa il nostro tenore di vita. E poi, sapere se il reddito in entrata è sufficiente a coprire le spese in uscita o se stiamo attingendo ai risparmi. Tutte le considerazioni che abbiamo affrontato in altri articoli sulla pianificazione della longevità non possono prescindere da queste due informazioni. Tanto più guardando alla terza e quarta età, è difficile pianificare il pensionamento: 

a) se non so quanto costa quel modus vivendi che vorrei portare con me fino in fondo;

b) se non ho coscienza che i tassi di sostituzione – cioè il rapporto tra media degli ultimi stipendi e assegno pensionistico – sono in graduale ribasso rispetto all’epoca d’oro dei nostri nonni e genitori che andavano in pensione con il sistema retributivo e l’80% dell’ultimo stipendio.

Primo punto, quindi, avere contezza di entrate e uscite. 

C’è poi il tema dell’inflazione, cioè l’aumento del costo di merci e beni che, in un Paese dove i salari restano pressoché fermi, è di non poca rilevanza. Ricordate i ruggenti anni ’90? Un caffè al bar a quell’epoca costava più o meno 700 lire e lo stipendio medio di un operaio era di circa 1.100.000 lire, quindi potremmo dire che con il suo stipendio si sarebbe potuto comprare 1.571 caffè. Nel 2023 lo stipendio medio di un operaio è di circa 1.400 euro, ma il caffè costa circa 1 euro, quindi con il suo stipendio può comprare 1.400 caffè. Se il suo stipendio avesse dovuto crescere al ritmo del costo del caffè, oggi dovrebbe essere di circa 3.000 euro. Peccato che l’operaio – e tutti noi – noti l’effetto del rincaro dei prezzi su acquisti ben più rilevanti del caffè.

(Fonte: "Calcola il potere d’acquisto in lire ed euro dal 1860 al 2016", Il Sole 24Ore).

Aggiungiamoci che tutti noi, pur notando che le merci rincarano, facciamo fatica a realizzare l’impatto dell’inflazione sui nostri risparmi, ovvero stentiamo a percepire la differenza tra il valore nominale del nostro capitale e il suo valore reale, specie quando il tasso inflattivo è basso - 1,6 come oggi, o 2 punti percentuali. Ci sembra infinitesimale, ma se moltiplichiamo il suo effetto nel tempo, ecco che l’erosione apparentemente minima diventa un taglio importante del capitale. Come fare per percepirlo con maggior chiarezza: tradurlo in potere di acquisto. Appare tutto molto più chiaro ipotizzando che con il capitale che avevo messo da parte 20 anni fa per comprare un trilocale, oggi potrei comprare probabilmente un bilocale. O, se resto sul trilocale, dovermi spostare da una zona più centrale a una più periferica.
Un locale in meno è più concreto di una percentuale.

Negli ultimi 6 anni il nostro potere di acquisto ha perso circa il 19% a causa dell’impennata inflattiva dei primi anni ’20. Ciò che prima compravano con 100 oggi costa 120 oppure, se è più chiaro, compriamo un quinto in meno di quello che compravano con la stessa cifra 6 anni fa.

(Fonte: "Inflazione, in cinque anni, gli italiani hanno perso il 20% del potere d’acquisto", Wall Street Italia e Assolombarda).

Ipotizziamo un capitale di 500 mila euro con un’inflazione costante al 2%. Come si comporterebbe il suo potere d’acquisto nel tempo?

Facendomi aiutare dall’intelligenza artificiale per calcolare e visualizzare l’ipotesi, scopro che, pur non prelevando nulla da quel capitale, l’inflazione dimezzerebbe quasi il potere d’acquisto in 35 anni. Se invece dovessimo immaginare quel capitale come risparmio da cui attingere, immaginiamo 1.000 euro al mese per integrare la pensione, in 31 anni il capitale si esaurirebbe.

Investendo in modo consapevole e rispettoso del nostro profilo di rischio, potremmo contrastare l’effetto inflattivo, pur restando fermo il fatto che non esistono investimenti sicuri.

Prescindendo per un attimo dall’incertezza generale di questo momento storico, in passato gli investimenti nei mercati azionari hanno dimostrato di essere un efficace strumento perlomeno per combattere l’inflazione, pur nella consapevolezza, da parte dell’investitore, dei rischi che li caratterizzano. Sulla base di questi dati storici, immaginiamo due opzioni di investimento di quel capitale di 500 mila euro, sempre mantenendo costante l’inflazione al 2% e sempre prevedendo un prelevamento di 1.000 euro al mese: 1. tutto in strumenti prudenziali con un rendimento medio del 4%; 2. metà in strumenti prudenziali e metà nei mercati azionari, ipotizzando in questo caso un rendimento del 7%. Nei due scenari, caratterizzati da profili di rischio differenti, sulla base degli andamenti storici il capitale si comporta in modo molto diverso.

  1. Con il 4% medio, il capitale crescerebbe lentamente (a lungo andare tenderebbe a stabilizzarsi per poi scendere un po’, ma resta ben sopra zero)
  2. Con il 5,5% medio, media tra 4% e 7%, il capitale mostrerebbe una crescita più significativa nel tempo, a fronte di una maggiore esposizione alle oscillazioni dei mercati calmierata dal lungo termine

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Per chiudere questa riflessione sulla durata del capitale, condivido un interessante articolo de Linkiesta sui dati Banca d’Italia, che ci dice che la ricchezza italiana negli ultimi 20 anni è cresciuta solo del 32% rispetto al 139% della Germania, il 136% degli USA, 66,6% della Francia e 43,8% della Spagna. Solo il Regno Unito ha ottenuto risultati inferiori ai nostri, con il 24,1%.

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La ragione per la quale l’Italia non è riuscita a raggiungere gli stessi risultati di altri Paesi, oltre alla stagnazione degli stipendi, è la sua predilezione per investimenti immobiliari, classe di asset che negli ultimi anni ha perso via via capacità di rivalutazione, mantenendosi al di sotto del valore dell’inflazione come ben dimostra questo grafico.

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Questo ha via via eroso la capacità di risparmio degli Italiani. “Se, secondo Eurostat alla fine dello scorso secolo il tasso di risparmio lordo delle famiglie era superiore al 17%” commenta Linkiesta, “più ampio di quello medio della Ue, che era del 13,7%, dopo quasi venticinque anni in Italia è sceso al dodici per cento, superato da quello medio Ue, rimasto stabile o leggermente aumentato oltre il quattordici per cento”.

Non sappiamo dove ci porteranno le turbolenze di questi tempi, tanto meno che effetti avranno sugli indici azionari, ma la storia dei mercati fino ad oggi avalla l’investimento di lungo termine in azioni perché il lungo termine alla fine vince sulla volatilità dandole il tempo di recuperare e calmierare i periodi negativi

Qualunque sia la forma di investimento scelta deve essere compatibile con il nostro profilo di rischio, con le risorse di cui disponiamo, con i nostri obiettivi e con l’orizzonte temporale. L’unica cosa certa è che lasciare il capitale dormiente lo fa deperire. Perché a noi sembra che dorma, in realtà perde massa muscolare che, nella realtà fisiologica della finanza, è potere d’acquisto.

Emanuela Notari, Esperta di longevità e demografia

Analizza l’invecchiamento della popolazione per comprendere il presente e pensare il futuro con un focus specifico sugli impatti socio-economici e demografici, sul mercato del lavoro e sulle asimmetrie legate alla longevità di genere

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